
Il problema fondamentale del tema è senz’altro il modo e la dimensione con cui i cittadini percepiscono una notizia; se partiamo dalla concezione, contraria alla deontologia giornalistica, che ogni notizia è vera fino a prova contraria, già l’handicap ai blocchi di partenza è notevole. Infatti la notizia va verificata, studiata, approfondita, ma appunto questo è il mestiere giornalistico, il cittadino semplice può deliberatamente scegliere se credere o meno ad una qualsivoglia “voce” o informazione.
Proprio per questo, nell’era dove spazio e tempo sono stati annullati grazie ai moderni mezzi tecnologici ed all’avvento di internet in ogni istantanea della nostra giornata, il tema delle notizie dolosamente false è divenuto un problema reale, tanto da indurre l’opinione pubblica ad aver studiato dei mezzi a difesa della verità, di modo tale che l’UE potesse intraprendere le azioni più consone al fine di debellare questa che è divenuta una vera e propria piaga sociale, così da raggiungere informazioni vere e soprattutto verificate.
Occorrerebbe, in primis, educare sempre più i cittadini alla concezione che esistono reali possibilità che la notizia che stanno leggendo in un pomeriggio qualsiasi sul proprio pc, i-phone o tablet e che li fa saltare sulla poltrona, sia falsa, ed in questo i media hanno già effettivamente lavorato molto.
L’UE è stata decisa a dare una regolamentazione forte, ma a tutt’oggi è grande la paura delle fake news, ed in parte c’è rassegnazione da parte di alcuni utenti. I dati ci dicono che negli ultimi due anni la percentuale è salita del 13%, passando dal 26% del 2017 al 39% del 2019. La percezione dei cittadini a distanza di due anni, secondo i risultati della ricerca, evidenzia il senso di insicurezza e vulnerabilità di chi naviga sul web, su scala mondiale, trattandosi evidentemente di un problema non circoscritto ma esteso in ogni angolo raggiungibile dalle connessioni veloci.
Ci sarebbero molte parti da incolpare quando si parla della diffusione di notizie fuorvianti, ma senza dubbio il ruolo più importante è quello dei social media. Le notizie ingannevoli sono state condivise più frequentemente dopo che Facebook ha modificato il suo algoritmo per enfatizzare i post pubblicati dalla cerchia di amici rispetto a quelli dei publisher. Ancora meno incoraggiante è il risultato di un sondaggio secondo cui gli utenti che utilizzano Facebook come fonte primaria d’informazione credono alle fake news che leggono l’83% delle volte, ma l’80% di essi dichiara di preferire le notizie genuine a quelle nate per generare clickbait. Dopo aver inizialmente negato un suo coinvolgimento nel problema, Facebook ha iniziato a sponsorizzare iniziative di fact checking e ha creato una coalizione di media per bannare i siti fraudolenti dal proprio network. Tuttavia le misure non risultano ancora abbastanza valide da arginare concretamente il problema. In conclusione appare evidente l’impegno a combattere questo fenomeno crescente e sempre più astuto, tuttavia sembra lontana la definitiva eliminazione del problema; se si immagina che 50 anni fa il “passa parola” era frequentissimo e faceva volare velocemente le notizie, come fermare il fenomeno attuale che non deve fare i conti con tempo e spazio. Gli esperti, speriamo, sono all’opera.